Olocausto sanità
In questo momento in Italia, almeno un centinaio di persone con disagio mentale sono legate a letti di contenzione in reparti a “porte chiuse”.
E rischiano di fare la stessa fine di Franco Mastrogiovanni: il maestro elementare che nell’agosto 2009, legato mani e piedi ad un letto del servizio psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania, è stato slegato dopo 4 giorni e 4 notti: non perché la “cura” tramite “contenzione” fosse terminata, ma perché era morto. La telecamera a circuito chiuso dell’ospedale ha ripreso tutto: e documenta per la prima volta gli effetti devastanti della contenzione. Immagini che sollevano alcuni inquietanti interrogativi: fra i quali il dubbio che a chiunque può capitare di subire analoghi soprusi se corruzione e ambiguità non fanno più distinguere la cura dalla tortura, la scienza dalla barbarie, il diritto dal sopruso.
Molti vorrebbero far credere, infatti, che la contenzione sia una pratica terapeutica deprecabile, ma necessaria e occasionale. Ma questo video smentisce chiunque tenti di contrabbandare come “cura” il filmato in diretta di una “tortura”. E dà ragione a medici e giuristi che da anni, sulla base della Costituzione e delle leggi vigenti, denunciano l’illegittimo ricorso alla contenzione in quanto pratica dannosa, violenta, “non medica” e “non terapeutica”, che rende incurabile chi l’ha subìta. Di routine nell’80% degli SPDC (Servizi psichiatrici ospedalieri per le crisi) d’Italia, ha avuto epiloghi altrettanto tragici a Milano, Brescia, Cagliari, Bari.
Il filmato di Vallo della Lucania, dunque, conferma un atroce andazzo: perché Franco Mastrogiovanni non era agitato e non opponeva resistenza mentre viene legato, e quando come in un film dell’orrore, inizia la sua straziante agonia. Per 87 ore, infatti, non riceve acqua, cibo, nè risposta alle richieste di aiuto. Solo quando dai polsi lacerati, il sangue scorre per terra, qualcuno si avvicina. Ma non per soccorrerlo: per pulire il pavimento. Così, come una bestia terrorizzata destinata al macello, vive in solitudine il suo martirio: fino a che la Morte – più pietosa dei suoi “aguzzini” – viene a prenderne l’anima. A portare via il corpo, invece, ci penserà il personale: ma solo dopo 6 ore dal decesso. Evidentemente è troppo distratto dalla routine ospedaliera per accorgersi di lui: sia da vivo, che da morto. Né sembra preoccuparsi dell’occhio vigile della telecamera: come accade nei lager, infatti, l’orrore praticato quotidianamente non è più percepito come tale, perché l’orrore è diventato “normalità”. Eppure l’alternativa c’è al far ricorso alla violenza: ed è raccontata nella prima parte del sito COME ERAVAMO “SPDC porte aperte”,
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