Come eravamo

2015 / Si riprende un cammino interrotto 40 anni fa: spdc “porte aperte”

Il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura è meglio noto con la sigla “Spdc”: una sigla che spesso incute terrore. Perché approfittando delle sue porte chiuse e dello stato di crisi acuta dei malati, può essere il regno degli abusi e della violenza. Qui infatti, si pratica la contenzione, anche se non è necessaria e indipendentemente dalla pericolosità del malato“…per punire comportamenti percepiti come “cattivi comportamenti”; per indurre il “colpevole” a comportarsi in maniera diversa; per carenza di personale”: ovvero per “bloccare” i pazienti “difficili” mentre vengono svolte altre attività”, come rivela l’indagine svolta in Italia dall’ “European Committee for the Prevention of torture and inhuman or degrading treatment or punishment”. Leggi il documento

In questo momento in Italia almeno un centinaio di persone sono legate a letti di contenzione: sono malati di disagio mentale, anziani e giovanissimi non autosufficienti. E purtroppo nell’80% degli Spdc, la contenzione – che molti vorrebbero far credere sia una pratica “terapeutica” necessaria e occasionale – è adottata per ignoranza e comodità, mentre appena il 20% la rifiuta e tiene le “porte aperte”.

E Benevento apparteneva a questa minoranza fino al 13 settembre del ’92: quando un infarto tolse la vita a Renato Russo, dirigente del Servizio di Salute Mentale, tra i protagonisti al Sud della rivoluzione basagliana avviata al Nord. Egli decise, infatti, di non applicare all’interno del SPDC la forza, ma l’organizzazione: programmando la giornata di ora in ora. Infatti un ricoverato in SPDC, appena sveglio si lavava, faceva il proprio letto, la colazione e mezz’ora di ginnastica. Poi, dopo l’incontro con i medici, tutti fuori: all’edicola e al bar, per comprare il giornale, mangiare un cornetto e prendere un caffè fino al momento dell’incontro con i familiari, prima del pranzo.

E dopo il riposino pomeridiano, ricominciavano i gruppi di discussione, le attività in palestra, teatro, pittura. E poiché la cena negli ospedali viene servita alle 17,00 rendendo lunga la notte che segue, solo per i ricoverati in SPDC era prevista una cena fredda alle 20,30 dopo la quale continuare a trascorrere insieme la serata guardando la televisione, giocando a dama o a carte. Insomma, per tutta la giornata, il reparto e i suoi malati erano in movimento. Ed è proprio così che a Benevento stava prendendo corpo la rivoluzione “basagliana”: perché il “movimento” è un aspetto terapeutico fondamentale contrapposto all’ “immobilismo” manicomiale.

Il malato (im) mobile dei manicomi

Esordisce Peppe dell’Acqua nel suo libro “Non ho l’arma che uccide il leone”: “Sono passati quasi 60 anni da quando entrai per la prima volta nel manicomio di San Giovanni a Trieste dove mi accolse con una certa diffidenza Maria Jelercich, la caposala: “Sono qui da 35 anni: quando io ho cominciato a lavorare lei, dottore, non era ancora nato””.  Salernitano, approdato nell’80 Trieste per lavorare con Franco Basaglia, è rimasto lì fino al 2012 dirigendo il Dipartimento di Salute Mentale.

Ed ecco come Peppe descrive il primo impatto con la “fabbrica dei matti” che contava 1000 ricoverati.  “I mobili e gli internati abitano il manicomio. I mobili vanno conservati puliti, non devono essere mai spostati, creerebbero troppa confusione: così sosteneva Maria Jelercich con parole che erano state la sua formazione, la sua vita per 40 anni. E ora cercava di farmele capire servendomi il caffè: “Anche i malati non vanno spostati, bisogna lasciarli in pace” mi diceva. Mobili e internati a testimonianza dell’immobilità reale e simbolica dell’istituzione. I mobili sono uomini in piedi, rigidi, fissi… come gli internati il cui corpo perduto diventa panca, sedia. E l’istituzione perpetua così con l’internato il rapporto di manutenzione che ha con gli altri oggetti del manicomio”.

Il “movimento”, dunque, è un aspetto terapeutico fondamentale: ecco perché i risultati ottenuti nel SPDC di Benevento vengono presentati al congresso nazionale della Società Italiana di Psichiatria nell’ottobre del 1991.

Il “malato in movimento” a Benevento

Questo reparto… è stato sempre gestito secondo una logica custodialistica e manicomiale … per lo più identificandolo come luogo di raccolta dei fallimenti terapeutici, piuttosto che come strumento di terapia.… E invece l’esperienza del SPDC di Benevento tenta di valorizzare proprio il momento terapeutico che può essere presente anche nel breve periodo dell’ospedalizzazione”: così esordisce la relazione al congresso del ’91 dove si legge che il concetto di fondo è trasformare la giornata in un susseguirsi di “iniziative che rompono situazioni di ristagno e di noia pericolose, poiché alimentano tendenze conflittuali e risposte manicomiali”. 

Così il SPDC di Benevento era stato trasformato in un “contenitore ricco di attività, dove il sistema terapeutico era improntato più “sul versante riabilitativo e di socializzazione che sulla massiccia assunzione di farmaci”.
E i risultati ottenuti dimostravano la validità del progetto. Vennero riscontrati, infatti: “…forte diminuzione dei fenomeni di aggressività; tendenza a non vivere il luogo come un carcere; maggiore partecipazione sia da parte dei degenti che del personale”. E tale impostazione si rivelò una cura efficace perché aumentava “la tendenza a partecipare ai problemi degli altri e diminuì la tendenza a disturbare gli altri degenti; conteneva i deliri perché ogni comportamento violento ha bisogno, per manifestarsi, di un adeguato tempo di maturazione: in questo caso impedito dalle attività…”. Insomma, spesso la violenza matura nella noia e nel sentirsi segregati: ma qui i malati non avevano il tempo di essere violenti, perché troppo occupati a fare altro.

Da tutto questo emerge che negli anni Novanta a Benevento stava nascendo una realtà nuova coordinata da una figura il cui ricordo è ancora vivo: Renato Russo. Debuttò sulla scena professionale capeggiando una protesta di piazza che riuscì a scongiurare l’apertura di un nuovo manicomio a Benevento poco prima della legge 180. E proprio perché la sua leadership fu esaltante, ancora più drammatica fu la sua fine: “Morì stroncato da un infarto a 46 anni in una notte passata in attesa di una chiamata dal SPDC – ricorda la moglie Maria Grazia – Quando c’era di turno qualcuno di cui non era sicuro, diceva sempre “per qualsiasi cosa chiamate me, a qualsiasi ora”. 

il dottore Piombo fra Serena Romano (a sinistra) presidente della Rete Sociale, e la figlia di Renato Russo

Con l’avvento della “politica nella sanità” non c’è più traccia di quel sogno tranne che, come una sorta di “imprinting” nell’operato di qualche medico e infermiere di allora.
Per il resto, il SPDC E’ DIVENTATO UN CASO UNICO IN ITALIA: non per la cura dei pazienti, ma per aver raggiunto il culmine della nefandezza “ospitando” il camorrista Saverio Sparandeo, che perpetrava estorsioni facendosi portare lì le sue vittime. E come se ne accorsero gli inquirenti? Perché mettendo il suo telefono sotto controllo scoprirono che corrispondeva al numero del reparto psichiatrico…

Di conseguenza il nuovo corso della Salute Mentale non poteva ignorare questo reparto per 40 anni “chiuso” ad ogni innovazione quando ha aperto le sue porte, fatto entrare l’aria fresca del volontariato ed ha ospitato per un giorno musicisti che – insieme ai pazienti, ai medici, agli infermieri, alle assistenti sociali – hanno cantato e ballato. Un gesto di alto valore simbolico: perché quello che si può fare in via eccezionale, può anche diventare normalità, come dimostra questo video.


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1) Un malato legato mani e piedi durante la contenzione
1) Un malato legato mani e piedi durante la contenzione
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1) Un malato legato mani e piedi durante la contenzione
2) la contenzione si applica nei reparti a “porte chiuse"
3) SPDC di Benevento per un giorno con le porte aperte
4) Porte aperte reali e dipinte
5) “Murales” frutto del lavoro artistico di pazienti e infermieri
6) …. A significare che l’arte accomuna tutti
7) L’equipe medica e infermieristica, insieme ai volontari e alle assistenti sociali del Spdc
8) il dottore Piombo fra Serena Romano (a sinistra) presidente della Rete Sociale, e la figlia di Renato Russo
9) Ancora un gruppo di volontarie con Serena
10) I due mitici infermieri Alessandro  (il primo a sinistra) e Rosetta (la penultima a destra)
11) Musica con la solita band di  Puglianello
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